Fra gli autori che il festival di Mantova ci consentirà di scoprire Héctor Abad Faciolince merita la speciale attenzione che si riserva agli idealisti. Non che lo scrittore colombiano si sia rivelato per il tramite di dichiarazioni o proclami - la sua maturità letteraria è sufficiente a tenerlo lontano da simili ingenuità - ma tra le righe del suo ultimo libro, l'Oblio che saremo (Einaudi), tutto parla di un uomo profondamente attratto da ideali civili e politici, che la vita gli ha consentito di incontrare, innanzi tutto, nella figura del padre, al quale il suo memoir è dedicato.
Sono dovuti passare quasi vent'anni prima che Héctor Abad fosse capace di tenere a bada la commozione e raccontare la meravigliosa storia di Abad Gómez, assassinato nel 1987 da un gruppo di paramilitari colombiani per quella sua condotta di vita che in giovinezza gli aveva guadagnato la fama di «marxista più incallito della città». In realtà, non aveva mai letto Marx e confondeva Engels con Hegel, ma tra le sue ossessioni aveva quella di portare l'acqua potabile nei quartieri più poveri, e assicurare una degna assistenza sanitaria per tutti, lui che era medico e rinunciò all'incarico che gli avevano proposto al Ministero della Salute per non rendersi complice di un regime reazionario responsabile del massacro di quattrocentomila attivisti dell'estrema sinistra, alla fine degli anni '80. Quando la sua militanza divenne troppo scomoda, la sorte gli venne in soccorso e fu nominato consigliere medico dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, a Wasghington, incarico che gli consentì di viaggiare in giro per il mondo.
Durante la sua infanzia Héctor Abad Faciolince amava questo padre di un amore che lui stesso definisce «animale», e forse proprio la fusione di quella sua passione primitiva con gli insegnamenti ricevuti da grande è responsabile degli ironici distillati di saggezza che nutrono le pagine del suo Trattato di culinaria per donne tristi (Sellerio). Ma lo scrittore colombiano è anche un abile tessitore di intrecci, tanto che nel suo unico romanzo tradotto, Scarti (Bollati Boringhieri) concepisce l'innesto di un testo secondario sul resoconto principale della voce narrante, e lo fa con un avvincente equilibrio. Succede che un uomo, il narratore, si incuriosisce della presenza di uno scrittore fallito nel suo condominio e, giorno dopo giorno, va a pescare nella spazzatura i fogli che quello ossessivamente compone. Poi li riscrive per noi, allo scopo di fornircene un resoconto.
Se dovesse sintetizzare i risultati più importanti della militanza civile di suo padre, come medico innanzi tutto, quali segnalerebbe?
Intanto vorrei ricordare che mio padre era un pacifista dotato di ideali illuministi e nutrito di marxismo. Abad Gómez si diceva di religione cristiana - sebbene fosse agnostico - marxista in economia e liberale in politica. Di lui hanno riso molto, lo prendevano in giro per la sua ingenuità, ma proprio questo suo aspetto a me piaceva tanto. Ha passato la vita a capire di cosa morissero le persone in Colombia: all'inizio le cause principali erano l'acqua infetta, la mancanza di vaccinazioni e, più in generale, le scarse condizioni igieniche. Poi la causa prima di morte diventò la violenza, e allora mio padre cercò di indagarne le cause sociali. Dal 1982 lavorò al Comitato per la difesa dei diritti umani di Antioquia e parlò molto chiaramente contro i gruppi paramilitari colombiani armati dal governo quando, alla fine degli anni '80, vennero uccisi quattromilacinquecento militanti della Unión Patriótica. Perciò si guadagnò la fama di pericoloso comunista e venne ucciso. Vede, la letteratura colombiana recente conta tantissimi libri, soprattutto in forma di testimonianza, in cui non si fa che mostrare il lato oscuro della Colombia, la sua faccia più cupa: tra quelle pagine parlano narcos, sequestratori, paramilitari, e ci sono ormai anche molti romanzi scritti dal punto di vista di chi spara, i cui protagonisti sono sicari. Io desideravo far conoscere, attraverso il ritratto di mio padre, un'altra faccia della Colombia, e se ho dovuto aspettare vent'anni prima di finire L'oblio che saremo è anche perché scrivere su una persona buona è molto difficile, si rischia di cadere nel ridicolo.
Il suo unico romanzo tradotto in Italia, «Scarti» (Bollati Boringhieri) si basa su una idea curiosa: quella di un uomo interessato a frugare nei rifiuti di un suo vicino di casa per estrarne i fogli scritti a mano, ribatterli a macchina e costruirci intorno un libro. Come le è venuta questa idea?
Me l'ha regalata un mio amico bohémien di Medellin, che mi ha raccontato, una notte in cui era ubriaco, una vecchia storia di cui lui stesso era stato protagonista quando abitava nello stesso palazzo di un produttore cinematografico di nome Querejeta. Due volte gli capitò di trovare nella spazzatura delle sceneggiature cinematografiche buttate via dal suo vicino e, da allora, tutti i giorni rovistava alla ricerca di altri scritti. Non ti sembra un bellissimo spunto per un romanzo? mi disse. Così gli chiesi di regalarmi l'idea. Tutti gli scrittori hanno i cassetti pieni di manoscritti di cui non sanno cosa fare, e succede spesso che i loro successori, dopo la morte, speculino su questi rifiuti mungendo le ultime gocce letterarie dei loro cari e invadendoci con libri il cui solo senso è di tradursi in una operazione commerciale. Ecco, io ho preferito svuotare i miei cassetti prima di morire. Inizialmente speravo di cavarmela così e di riciclare nel romanzo i miei scarti, attribuendoli a quel logorroico grafomane che nel libro si chiama Bernardo Davanzati, ma poi mi sono ritrovato a dovere scrivere ex novo gran parte di questi inserti narrativi.
La voce narrante di «Scarti» nota, a un certo punto del libro, che Bernardo Davanzati «non era quasi mai un grande scrittore.» Qual è il senso di andare a recuperare i testi di un autore fallito?
Il fatto è che gli artisti non hanno mai la assoluta certezza di quanto hanno prodotto: è questo il dramma che provo a centrare con il romanzo, e riguarda non solo lo scrittore che butta via i suoi fogli pensando di essere un fallito, ma anche la voce narrante, che non saprà mai con certezza se i testi di Davanzati siano effettivamente da buttare o no. Non si fida tanto di sé e dunque lascia che siano i lettori a giudicare. So di avere corso un rischio notevole lanciandomi in quello che è, forse, un esercizio troppo letterario; tanto è vero che i critici hanno amato questo libro di più di quanto non sia piaciuto ai lettori comuni.
Quando il protagonista va a trovare un vecchio amico di Davanzati, per sapere qualcosa in più sul suo passato, lei fa dire a quel vecchio: «la droga è un problema degli imperialisti che ne fanno uso, e non è colpa dei paesi produttori, sa?» Non le sembra una affermazione un po' relativista?
Quel che volevo dire è che i paesi producono le merci pagate meglio, e questo è un problema di mercato. Con la loro politica proibizionista, gli Stati Uniti hanno fatto una scelta moralistica e religiosa.
Una scelta attuata da persone ideologicamente arretrate, che hanno imposto al mondo intero la loro visione demoniaca delle droghe, invece di svolgere un ruolo educativo, come nei confronti del tabacco o dell'alcool. Il proibizionismo ha avuto tra le sue conseguenze quella di fare aumentare sia i prezzi che la violenza, e tra i prezzi ci sono molte morti.
Lei ha anche scritto un «Trattato di culinaria per donne tristi», che è in realtà un godibile ricettario di ironica saggezza quotidiana. Da dove le è venuto tutto questo sapere?
In realtà l'idea l'ho presa dall'Arte di amare di Ovidio, di cui avevo letto una traduzione in endecasillabi. Inizialmente anche il mio libro era in versi, ma poi ho pensato di scioglierli nella prosa, che conserva, tuttavia, qualche assonanza e qualche rima. Ho fatto come Cioran, che diceva di amare la poesia sciolta in prosa così come amava lo zucchero non in cubetti ma sciolto in un liquido.